VALERIA ARNALDI – Gabriella Ferri, la voce di Roma

Personaggio inconsapevolmente e mai volutamente tragico.
Importante, rivoluzionaria, anticonformista sempre, Gabriella Ferri meriterebbe un posto di rilievo nel panorama della musica italiana che purtroppo l’ha spesso relegata in un ruolo quasi macchiettistico, per la sua predilezione per la canzone popolare romana, per l’esuberanza diretta e la lingua spiccia ed esplicita, per una carriera discontinua, minata da una grave e costante forma di depressione, per una personalità spigolosa che non è mai scesa al compromesso.

Voce potente e roca, capacità unica di tenere il palco in modo teatrale, figlia del varietà, scelta coraggiosa di un repertorio sempre personale e inconsueto.

“Il mio non è un discorso musicalmente colto: la mia è una certezza del tutto emozionale, ma io credo che una cantante debba poter cantare tutto ciò che ama davvero”.

Valeria Arnaldi ne ricorda la vita e l’opera nel libro “Gabriella Ferri. La voce di Roma”, edito da Bizzarro Books.

Originaria del quartiere Testaccio, poi passata a San Lorenzo, luoghi popolari, dove l’intreccio tra le persone è immediato e diretto, dove esiste ancora, negli anni Sessanta, una rete comunicativa e una dimensione umana, ormai perduta ai nostri giorni. Il padre fa l’ambulante di dolci, la famiglia vive sempre in una condizione un po’ precaria ma dignitosamente.
Suo padre è anche poeta e compositore di versi e Gabriella li utilizzerà in futuro nelle sue canzoni:
“Io so’ un poeta, nun lavoro se no me distraggo” era il suo motto.

Gabriella lascia presto la scuola, lavora qua e là ma soprattutto canta ed esibisce una bellezza travolgente, fisico slanciato, gambe lunghe, capelli biondi, occhi chiari.
Gira Roma con un’amica, Anita Pallenberg, che diventa una presenza costante nella città della dolce vita e intellettuale degli anni Sessanta, a fianco di Visconti, Fellini, con il pittore Mario Schifano che diventa suo compagno e la porta a New York da Andy Warhol.
Anita diventerà successivamente la compagna di Brian Jones e poi di Keith Richards dei Rolling Stones, condividendone tutte le follie degli anni Sessanta.
Al suo fianco Gabriella entra nei giri giusti, frequenta il Caffé Rosati dove si trova al tavolo con Pasolini (che successivamente le scriverà i testi per alcuni canzoni), Moravia con la moglie Elsa Morante, De Chirico, Guttuso, Flaiano. Con incredibile candore ricordava quei tempi:
“Facevo la commessa e poi passavo al Rosati e lì scrivevo poesie, perché il mio sogno era scrivere, diventare una grande poetessa, come tutte le ragazzine di diciotto anni, no?”

Gabriella canta molto bene e viene presto notata, in coppia con Luisa De Santis figlia di Giuseppe, regista di “Riso amaro”.
Le chiamano “Le Romanine” e con quel nome, grazie alla spinta di Camilla Cederna, approdano a Milano al mitico “Derby”. Le loro canzoni in romanesco, tra cui la celebre “La società dei magnaccioni”, fanno breccia nel pubblico milanese che ancora più apprezza il modo in cui Gabriella affronta il suo retaggio borgataro, drammatizzando le esibizioni, rendendole intense e sofferte, togliendo quella patina di provincialismo piacione.

La definiva bene il regista e sceneggiatore Pier Francesco Pingitore:
“Si era abituati a considerare la canzone romanesca un po’ strappalacrime, un po’ andante, con certi cantantini e lei invece ne faceva una canzone quasi Brechtiana”.

Mike Bongiorno le porta in televisione nella sua trasmissione “La fiera dei sogni” e il duo trova un contratto discografico, vendendo subito molto bene e diventando un nome di spicco.
La De Santis però si rende conto di essere una comprimaria rispetto alla prevalenza scenica e vocale di Gabriella e abbandona, in amicizia e senza polemiche, l’attività musicale.

Gabriella Ferri spicca il volo.
Tour in America, nuovi dischi di successo, apparizioni televisive, anche parti cinematografiche e la partecipazione al Festival di Sanremo del 1969 in coppia con il giovane Stevie Wonder.
“Se tu ragazzo mio” viene eliminato ma è un nuovo successo e le conferisce una sempre maggiore confidenza con l’ambiente musicale italiano.
Per lei arriva anche la televisione con due trasmissioni che conduce, tra cabaret e musica, “Dove sta Zazà” (nel 1973) e “Mazzabubù” (nel 1975), in cui si distingue per i suoi travestimenti.

“Mi piace vestirmi da pupazzo, da Ridolini, con la bombetta calata sugli occhi, la biacca al viso, non è tanto per umiliare il mio corpo, ma per una ribellione a tutte quelle che vogliono apparire snelle e sexy”.

Sottolinea l’autrice del libro: “Gabriella non vuole ricadere nella trappola dell’immagine. Non vuole farsi “forma”. Desidera essere ascoltata, non soppesata. Ambisce al diritto – che ancora oggi forse per le donne è un privilegio – a essere vista, non guardata. Le interessa che emerga il suo talento, non che siano le sue forme la base su cui costruire il successo”.

Significativo anche il ricordo dell’amico Pippo Franco:
“Era una donna fortemente sensibile, figlia di una Roma di miseria, quella del dopoguerra. Con lei se ne è andata un’espressione di Roma che ha consentito a un certo modo di essere romano, quello mutuato dalla Roma degli anni quaranta, che ha traghettato ai nostri giorni, facendolo rivivere e dando spessore a quel modo di essere che viceversa sarebbe scomparso. Gabriella ha rappresentato un mondo in parte anche pasoliniano”.

Nel frattempo si è sposata, a Caracas, in seconde nozze, con Seva Borzak, presidente dell’etichetta discografica RCA, da cui avrà l’unico figlio, Seva Junior e dal quale rimarrà inseparabile fino alla morte.
Ma è un periodo in cui perde anche l’adoratissimo padre. Un evento che la sconvolge e incide sulla sua fragilità emotiva, fino ad allora temperata dall’attività lavorativa e conseguente successo.
Tenta il suicidio, cade in una forte depressione e incomincia una dura battaglia contro il suo male interiore.
Il suo carattere, deciso e spavaldo, la porta ad eccessi verbali che vengono scambiati per arroganza e perfino per dipendenza da alcol o sostanze. Incomincia, in altra forma, una sorta di persecuzione venefica da parte di addetti ai lavori, giornalisti, colleghi, quasi come capitò a Mia Martini, in cui si “gioca” sulla sua instabilità, si vocifera, suppone, immagina, maligna.

“Tutti dicevano che ero una drogata, una eroinomane, il che mi faceva piangere di rabbia anche perchè conoscevo molte persone in vista che si drogavano continuamente con eroina e cocaina ma di cui nessuno parlava.
Il giornalismo, quello pessimo, quello di cattivo gusto, faceva passare la mia malattia, come una sorta di male oscuro, come se mi drogassi e questo mi ha fatto molto arrabbiare.
Hanno provato in tutti i modi di ficcare cose strane intorno a me, come il tentativo di farmi passare per drogata o toccata
”.

Lei prosegue a scatti, tra alti e bassi, incide ottimi dischi (collaborando anche con Paolo Conte), partecipa saltuariamente a trasmissioni televisive, si dirada la sua presenza sulla stampa e nel giro musicale.
“Da molti, anche critici, viene indicata non più come “popolare” ma come “plebea”, con una nota di disprezzo, figlio di un malcelato senso di superiorità. Gabriella non viene ritenuta abbastanza sofisticata per il momento storico e per la Tv”.

Nel 1996 la ritroviamo ospite al Premio Tenco, incide ancora due album, “Ritorno al futuro” nel 1997 e “Canti diVersi” nel 2000, lavori a cui tiene molto ma che finiscono nel disinteresse totale.
I tempi sono cambiati e per lei sembra non esserci più posto.

Scompare dalla scena, si ritira nel viterbese a Corchiano, dove trova la morte il 3 aprile 2004, cadendo da una finestra.
Le cause non saranno mai accertate.
Chi parla di suicidio, chi di caduta accidentale. Nel 2021 le è stata dedicata una piazza a Roma.
“Gabriella era una forza della natura. Sulla sua faccia si legge il vissuto che non è riuscito ad offendere la bellezza, il fascino di una persona che non bluffa. Lei offriva la lettura più onesta di un itinerario umano e professionale mirato non certo al successo ma alla comunicazione e alla partecipazione sincere” (Enrico Vaime).

Lascia un’eredità artistica ancora troppo spesso oscura. Brani come “Grazie alla vita” (traduzione di “Gracias a la vida” della cantautrice cilena Violeta Parra), “Remedios” (che tornò al successo dopo essere stata inserita nel film “Saturno contro” di Ozpetek, “Vamp”, composta per lei da Paolo Conte, la struggente versione di “Lontano lontano” dell’amico Luigi Tenco, “Stornello dell’estate” firmata da Ennio Morricone che eseguì in coppia con Mia Martini, la dolente “Via Rasella” sono gioielli inestimabili della canzone italiana.

Valeria Arnaldi
Gabriella Ferri, la voce di Roma
Bizzarro Books
15 euro
162 pagine

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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