FRANCESCO ADINOLFI – Mondo Exotica

Un Martini da sorseggiare, abbigliamento sobrio ma molto elegante e raffinato, arredamento stiloso, dai colori vivaci e dalle forme arrotondate, in un conturbante night club.
In sottofondo una musica divertente, ammaliante, facile e fresca. La possiamo chiamare Cocktail Music, Exotica o Lounge.
Che vuol dire tutto e niente, visto che abbraccia un universo di suoni, influenze, ritmi, radici.

Per saperne non di più ma, anzi, tutto, veramente tutto,, in ogni dettaglio, é stato ristampato da Marsilio Editore, dopo venti anni dalla prima pubblicazione, “Mondo Exotica” a cura di Francesco Adinolfi, veterano del giornalismo musicale italiano, dal glorioso “Ciao 2001” al “Manifesto” e “Espresso”, fino a storiche trasmissioni a Radio Rai come “Stereonotte” e a una lunga lista di libri.
Un libro che nel 2009 vinse l’ARSC Award for Excellence in Historical Recorded Sound Reasearch.

Più che meritato perché in queste seicento pagine si scandagliano origini musicali, artistiche ma anche culturali e sociali del genere.
Lo stesso autore esemplifica il contesto:
“Una pozione intossicante, colma di suoni, manie, immaginari che da allora (anni 50) continua a ispirare musica, cinema, televisione, pubblicità, moda. Con la “generazione cocktail” sono affiorati e tornati in auge stili, ritmi, scenari che in passato erano di esclusiva pertinenza del “mondo degli adulti” e quindi tanto più distanti da “recuperi giovanili”.
Tanti gruppi si sono appropriati dei suoni di mamma e papà piegandoli a una vibrante temporaneità. Con l’avvento della Generazione Cocktail si sono così ribaltati codici artistici e comportamentali, si é conferita “dignità musicale” a un gruppo sociale (gli adulti) eternamente percepito come il regno della letargìa e dell’immobilismo, il primo nemico da (ab)battere sulla via della liberazione culturale”
.
E ancora:
“Sollecitata dalla mancanza di fascino nel progresso, la Generazione Cocktail ha reagito proponendo l’ultimo recupero possibile, il più improbabile e forse il più rivoluzionario. Una specie di grado zero della ribellione, una provocatoria riabilitazione di suoni parentali a cui negli anni tante sottoculture si erano invece ribellate (dal rock n’ roll, al punk, alla techno)”.

Infatti, inaspettatamente, negli anni 90, in cui ruggiva il grunge e la musica pop elettronica monopolizzava le classifiche, un nutrito gruppo di nuovi nomi, trasversalmente in ogni parte del mondo, riprese in mano dimenticatissimi e disprezzati dischi di “musica da sottofondo”, colonne sonore di film di serie B, bizzarrie di sapore pseudo esotico, surf, strambo jazz e li ripropose in chiave moderna.
Dai giapponesi Pizzicato Five (diventati star in patria ma non solo), Cibo Matto e 5,6,7,8’s (famose dopo l’apparizione in “Kill Bill” di Tarantino), ai nostri Montefiori Cocktail e Nicola Conte, i tedeschi Frank Popp Ensemble, gli inglesi Karminsky Experience e Stereolab, l’ex Faith No More, Mike Patton, con il progetto Mr.Bungle e poi Mondo Cane, per citarne solo alcuni, fu un tuffo in sonorità stranissime.

“Negli anni novanta il ricicalggio culturale si é rivelato globale, invadente, reiterato e, quanto più l’inconscio risulta influenzato dai media (televisione e cinema soprattutto) in cui immagini di epoche diverse coesistono nello stesso spirito del tempo, tanto più si é indotti a perdere il senso della propria storicità.
Tanti “passati” mescolati tra loro e interni al presente, finiscono inevitabilmente per togliere al futuro gran parte del suo fascino”.

Le radici hanno origini lontane, quando, soprattutto in America, si incominciò a proporre musica di matrice pseudo “esotica”.
Ovvero una liofilizzazione di presunte influenze polinesiane, latine, orientali o africane.
Utilizzando spesso strumenti insoliti “provenienti da varie parti del mondo, per conferire ai brani un senso di alterità e spiazzamento temporale”.
Ma senza alcuna volontà o pretesa di essere fedeli alla cultura musicale a cui ci si riferiva, anzi, esattamente il contrario.
Come disse Martin Denny, uno dei principali pionieri del genere:
“La mia musica é sempre stata finzione, così come un libro può essere finzione. Tutto é sempre stato frutto della mia immaginazione, una miscela di idee mie e di quelle dei musicisti che suonavano con me. Dalla mia musica non dovevi aspettarti autenticità ma solo suggerimenti.
Io, ad esempio, suggerivo come poteva essere la musica cinese o africana.
Inoltre il pubblico voleva evadere, voleva immaginarsi posti lontani. Voglio dire, io ho suonato cose africane ma non sono mai stato in Africa; però ho ascoltato musica africana e dunque potevo riprodurre alcuni di quei suoni. L’ho fatto e sono entrati a far parte della musica Exotica”.

Il primo album che può essere definito, a ragion veduta, il pioniere del genere in oggetto esce nel 1951.
E’ di Les Baxter e si intitola Ritual Of The Savage.
Fin dal titolo é l’epitome del concetto della musica e del Mondo Exotica: americanizzare suoni di origine “lontana”, “una musica che faceva dello stereotipo assoluto e totalizzante il suo assunto di fondo”.
Nei brani si utilizzano ritmi latini, samba, mambo, percussioni per evocare atmosfere africane.
Inconsapevolmente citando le origini di quei ritmi, che arrivavano dagli schiavi africani deportati nelle Americhe.
Un approccio che, sempre inconsapevolmente (vogliamo sperare) nasconde, ma non troppo, uno sfondo razzista.
Le riviste americane (ma abbiamo avuto anche in Italia un corrispettivo angosciante durante la malefica avventura coloniale africana) mostravano spesso immagini di donne africane, asiatiche e polinesiali in topless “sollecitando una eroticizzazione di tutto ciò che apparisse “esotico e primitivo” e dunque distante dai codici comportamentali occidentali.
Era come se fuori dai confini nazionali esistesse un mondo idilliaco e per niente ostile”
.
Paradossalmente proprio negli anni in cui esplodono le lotte e le guerre di indipendenza in mezzo mondo, dall’Africa, all’Asia, al Centro America, per affrancarsi dal dominio coloniale delle grandi potenze.

“L’exotica consentiva di immaginarsi spazi e tempi immobili, mondi di infinita meraviglia in cui sfogare libidini e mitigare tensioni politiche e sociali.”
Come sottolineato anche l’Italia non fu immune da questo approccio, fino agli anni settanta inoltrati, in cui la cinematografia nostrana indulgeva spesso su film a sfondo “esotico/erotico” in cui le protagoniste femminili (africane, asiatiche, “esotiche”) “erano sganciate da codici e obblighi morali, di cui l’Occidente bianco doveva sapere approffittare almeno per una notte. L’”altra” era un animale solo sessuale di cui abusare o farsi travolgere e infine ripudiare”.

L’universo sonoro della Cocktail Music passa anche e molto spesso attraverso le colonne sonore di film difficilmente ascrivibili tra i capolavori ma i cui autori sono assurti a veri e propri monumenti della musica italiana e non solo, dal grande Maestro Ennio Morricone a Piero Piccioni, Piero Umiliani, Nico Fidenco, Armando Trovajoli, diventati punti di riferimento per il genere. Che non é solo musichetta sciocca e facile ma che affonda non di rado le radici anche nel jazz, nel funk, nel blues (vedi la grande colonna sonora de “I soliti ignoti”, curata da Piero Umiliani).
Curiosa anche una escursione nei night club degli anni Sessanta nostrani, dove risuonavano ritmi e balli conturbanti e misteriosi, basati su ritmiche latine e africane, come rumba, samba, cha cha cha, bajon, spirù, raspa, conga, le cui atmosfere ritroviamo spesso nei film dell’epoca, “La dolce vita”, ad esempio.

Ma ricordiamo anche la vicenda dell’incredibile cantante peruviana Yma Sumac, discendente dell’ultimo imperatore Inca, assurta a fama mondiale grazie a una voce unica, in grado di raggiungere estensioni disumane.
Fu un vero e proprio idolo negli anni 60, dalle Americhe all’Unione Sovietica e rimane una delle stelle della Exotica. L’aspetto interessante di questo ampio spettro sonoro é che, come ci insegna il libro, i meandri in cui si districa e riversa questo strano miscuglio di suoni sono apparentemente infiniti.
Ogni disco, artista, epoca, sono solo punti di partenza verso ulteriori nicchie in cui scavare e trovare nuovi stimoli e materiale intrigante. Probailmente sarà difficile rinvenire capolavori di inestimabile valore ma tanto divertimento sicuramente si.
E non é cosa da poco.

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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