I dischi perduti

Una componente di grande fascino nell’epica del rock è quella dei “dischi perduti”.
Ovvero quegli album scritti, concepiti e spesso quasi interamente realizzati ma poi abbandonati dagli autori o perché insoddisfatti dai risultati o per altri più o meno misteriosi motivi.

Ai nostri giorni, grazie a internet, sono facilmente recuperabili e per gli stessi artisti che volessero non pubblicare materiale già registrato, sarebbe improbabile riuscire a occultarlo a lungo con tutte le possibilità di “furto” e condivisione che offre la rete.

Ma fino agli anni Novanta era più o meno sufficiente portarsi a casa i nastri incisi, chiuderli a chiave in un armadio e difficilmente il materiale sarebbe potuto energere in pubblico.
Ciononostante qualche bootleg (i dischi illegali che venivano pubblicati clandestinamente a beneficio dei fan più sfegatati) riusciva talvolta a svelare segreti che non avrebbero mai dovuto vedere la luce.
Altre volte brani destinati al disco “perduto” finivano per essere riutilizzati in altri album, decontestualizzati dall’opera originale.

Uno degli esempi più eclatanti è il progetto Lifehouse scritto e pensato da Pete Townshend e che avrebbe dovuto essere il passo successivo all’opera rock Tommy che aveva proiettato i suoi Who nell’Olimpo del rock.
Un concept complicatissimo che in sostanza preconizzava l’idea del web ma che lo stesso Townshend non riuscì a far comprendere agli altri membri del gruppo e ai produttori, nonostante ripetuti tentativi andati a vuoto.
Alla fine, nonostante avesse accumulato decine di brani, provini accuratissimi e innovativi, in cui mischiava rock, pop e avanguardia, dovette desistere.
Troppo avanti per i tempi.
Alcuni brani finirono nell’eccellente Who’s Next unanimemente considerato come uno dei migliori album rock della storia, altri sparsi in compilation, 45 giri e successivi lavori.
Townshend nel 2000 recuperò tutto il materiale nel quadruplo CD Lifehouse Chronicles, inserendo anche una modalità di interazione con il pubblico (ripescando elementi dell’idea originale) ma senza particolare successo.

L’album “perduto” più noto è invece probabilmente Smile, frutto della mente visionaria e offuscata dagli abusi lisergici, di Brian Wilson, leader dei Beach Boys.
Lavorò a lungo al disco, continuando a cercare una presunta perfezione, cambiando compulsivamente i brani, frustrato nel contempo dai nuovi dischi dei Beatles che tra il 1966 e il 1967 raggiungevano l’apice della loro creatività.
La casa discografica stampò mezzo milione di copertine con tanto di libretto interno ma Brian Wilson non consegnò mai il disco finito.
Ci rimise mano nel 2004 reincidendo tutto mentre nel 2011 uscì un box di CD che conteneva diverse versioni originali dei brani. Ma la magìa si era ormai persa.

Curiosa la storia di Household Objects dei Pink Floyd le cui registrazioni si svolsero nell’autunno del 1973.
Un lavoro anti convenzionale e sperimentale ,realizzato utilizzando solo oggetti casalinghi come stoviglie, fiammiferi, elastici o pettini, senza l’ausilio di nessun strumento musicale. Il lavoro fu abbandonato dopo tre canzoni che sono poi emerse, sparse in alcune ristampe.

Altra bizzarra idea fu l’album Camille di Prince che nel 1986 si identificò nell’omonima parte femminile del titolo, modificando la sua voce fino a farla diventare quella di una donna.
Registrò otto canzoni che, accantonato il progetto, vennero riprese con voce “normale” in album successivi.

Nel 1969 Bob Dylan e Johnny Cash si ritrovarono per registrare in un paio di giorni una serie di canzoni insieme, passando da classici dello stesso Cash a brani tradizionali ma che furono eseguiti in modo troppo approssimativo per essere pubblicati.
Solo Girl From North Country apparve su Nashville Skyline di Dylan, album purtroppo poco interessante.
Le registrazioni sono recentemente riemerse nella serie di album retrospettivi di Bob Dylan Bootleg Series che raccolgono parte del materiale inedito inciso nei decenni di carriera.

Restando nell’ambito sonoro anche Neil Young ha il suo album perduto, registrato nel 1975, intitolato Homegrown e di cui molti brani furono utilizzati per lavori successivi.

The Ties That Bind doveva essere un album di Bruce Springsteen, seguito di Darkness On The Edge Of The Town, pensato in una direzione più pop, breve e immediato.
Diventò invece il mitico doppio The River, lasciandosi alle spalle parecchi inediti, recuperati nel tempo in altre pubblicazioni.

Dave Davies è sempre stata la spalla (litigiosa) del fratello Ray, mente e leader dei Kinks. Alla fine delle perenni ostilità tra i due la band si sciolse ed entrambi hanno intrapreso carriere soliste raramente degne di note.
Ma Dave già nel 1967, nel pieno del successo della band, meditava un percorso solitario.
Incise un album ma, alla fine, per non creare ulteriori attriti, decise di non pubblicarlo e lasciare che i suoi brani finissero in varie realizzazioni clandestine, recuperandone qualcuno occasionalmente. Lasciando però un’ampia dote di inediti mai più ascoltati.

Anche i Beatles hanno una specie di album perduto.
Si doveva intitolare Get Back e avrebbe dovuto segnare il ritorno all’immediatezza delle origini dopo anni trascorsi in studio di registrazione alla ricerca di sofisticate soluzioni.
La band si trovò nel 1969 con tanto di troupe cinematografica a immortalare l’evento.
Ma non funzionò.
L’enorme mole di registrazioni pubblicate più o meno ufficialmente successivamente non sono certo testimonianza di un lavoro imperdibile.
Ci mise mano il produttore Phil Spector che, salvando il salvabile, rese pdignitoso un po’ di materiale nell’album Let It Be, pietra tombale della carriera dei Fab Four ormai dilaniati da insanabili diatribe interne.

Se si parla di Beatles non possono mancare i Rolling Stones. Che nel 1975 dovevano per contratto ancora un album alla loro vecchia casa discografica, la Decca.
Il bassista Bill Wyman, archivista ossessivo di tutto ciò che riguardava la band, si mise al lavoro, confezionando un disco intitolato Black Box, previsto in un cofanetto nero avvolto da un nastro rosso e contenente anche articoli di giornale, foto e altro materiale.
Il lavoro era ricco di inediti, rarità, accuratamente scelte da Wyman.
Ma il manager della band, Allen Klein, all’ultimo momento, all’insaputa della band, sostituì inspiegabilmente il disco con una compilation assemblata da lui e contenente scarti e brani appena abbozzati, intitolata Metamorphosis che il gruppo si affrettò a boicottare pubblicamente, chiedendo ai fan di non comprarlo.

Probabilmente il rimpianto più grande in questo ambito è il previsto The First Ray Of Rising Sun, lavoro concepito da Jimi Hendrix poco prima della morte e ovviamente mai completato.
Immaginato doppio o addirittura triplo, contemplava una non improbabile collaborazione perfino con Miles Davis (forse destinata a un ulteriore altro progetto).
I brani vennero diluiti negli album postumi che fioccarono in abbondanza dopo la sua scomparsa in uno dei casi più vergognosi (da parte di famigliari e discografici) di sfruttamento commerciale del materiale rimasto, spesso semplici bozze o insignificanti improvvisazioni in studio di registrazione.
Addirittura nel 1995 il produttore Alan Douglas, che venne in possesso dei diritti dei brani inclusi li fece risuonare da altri musicisti (che non avevano neanche conosciuto Hendrix) per realizzare l’album Voodoo Soup.
Finalmente nel 1997, alla fine di una lunga serie di cause legali, la famiglia Hendrix rientrò in possesso delle registrazioni e dei diritti e pubblicò l’omonimo album in qualche modo nella versione più vicina a quanto concepito originariamente da Jimi.

Clash concepirono (per mano soprattutto di Mick Jones) il seguito di Sandinista con un doppio album, dai toni spesso sperimentali, intitolato Rat patrol from fort bragg. Poi ridotto a un singolo, Combat Rock, con i brani più immediati, che diede loro il successo globale.

In Italia si ricorda la versione che Fabrizio De Andrè incise nel 1969, in inglese per il mercato americano, di Tutti Morimmo A Stento.
L’album fu stampato in una sola copia e mai immesso sul mercato.
Il disco è stato scoperto nel 2007, in possesso di un collezionista americano, che lo ha ceduto a uno italiano.

Posso personalmente vantare un disco perduto.
Nel 1984 con i Not Moving registrammo il mini LP Land Of Nothing. Prodotto da Paul Jeffrey, marito di Patty Pravo e mago dello studio di registrazione, arrivava poco dopo il nostro support ai Clash a Milano e doveva uscire in concomitanza con il tour italiano che facemmo con Johnny Thunders, ex New York Dolls.
La qualità del prodotto era eccellente e all’altezza delle migliori band internazionali.
Venne inviato alle principali testate musicali italiane e straniere raccogliendo elogi entusiasti.
Ma per motivi a noi tutt’ora ignoti non uscì mai.
Venne stampato dall’etichetta Area Pirata solo nel 2003.
Troppo tardi.

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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