PETER CULSHAW – Clandestino. Alla ricerca di Manu Chao

Personaggio spesso dimenticato, soprattutto a causa della sua ritrosia a seguire i metodi tradizionali della discografia, che vuole album pubblicati a cadenza regolare, tour di supporto, video, concerti, promozione televisiva, radiofonica, via web.

Manu Chao rimane però vivo e pulsante nei cuori di chi lo ha sempre apprezzato, si è entusiasmato ai concerti dei Mano Negra, sua prima band, tra i migliori live act di sempre (un loro concerto cancella, nella memoria, il 99% delle migliaia a cui ho assistito nella mia ormai lunga vita) ma anche alle sue esibizioni soliste, sempre generose, empatiche, gioiose, spettacolari.

Dice bene Peter Culshaw nel libro appena uscito, “Clandestino. Alla ricerca di Manu Chao” prima biografia autorizzata pubblicata da Castello Editore nella collana Chinaski:
“Per una schiera di disadaddati che non accetta il mondo così come è e per gli emarginati per i quali lotta, Manu Chao rappresenta un raggio di speranza.
Una star internazionale che combatte contro la globalizzazione, un uomo che vive con lo zaino in spalla ma ha guadagnato milioni di euro, un propagandista che rifiuta le interviste.
La reputazione di Manu Chao è stata basata sulla sua grade onestà e integrità morale”.

Nasce nel 1961 a Parigi da una famiglia colta, antagonista, attivista, schierata a sinistra e con principi ben saldi. Manu si muove tra banlieues e situazioni alternative, non sempre in condizioni facili. Nei primi anni Ottanta Parigi era un luogo diviso, fatiscente e spesso pericoloso. Gli antichi quartieri della classe lavoratrice erano disseminati di edifici abbandonati, fabbriche deserte e officine dismesse. Una tragedia per le famiglie di operai che abitavano lì da generazioni.
Si appassiona al rock ‘n’ roll e al pub rock dei Dr. Feelgood ma viene fulminato, nel 1981, da un concerto dei Clash, in cui, a fianco di punk e rock suonano anche reggae, soul, funk e tanto altro. La sua band, Joint de Culasse, le esibizioni per strada come busker, le occupazioni, i centri sociali gli diventano stretti, cerca altre strade con nuovi gruppi e influenze, per esaudire il desiderio di un’ aria artistica più fresca. Ci prova con gli Hot Pants e con i Los Carayos.
Alle nuove suggestioni punk e ibridazioni varie aggiunge anche la tradizione ispanica e latina, tra flamenco e rumba ma anche ska, swing, country, folk francese e tanto altro. Le basi per il suo timbro stilistico crescono e si arricchiscono.

“Chuck Berry, Lou Reed, i Clash erano i miei professori. Poi si aggiunse anche Edith Piaf e Jacques Brel, i miei professori di francese.”

Ci vorrà ancora un po’ di pazienza, tentativi, frustrazioni, limature, ricerche di compagni di viaggio ma alla fine La Mano Negra diventà realtà.
Un nome suggestivo, accattivante e da fuorilegge (mutuato da un’organizzazione anarchica operante in Andalusia e da un gruppo di ispanici che nel New Mexico lottavano per i diritti per acqua e terra).
Recluta alcuni membri dei Casse Pieds (che fecero tappa negli anni Ottanta anche a Piacenza, al “Caprice”, con un concerto travolgente) e incomincia la consueta trafila di concerti, registrazioni, piccoli tour, salti nel vuoto, notti insonni o trascorse su un sedile del furgone, neanche un centesimo in tasca, locali sudici e dimenticati, pranzi e cene saltati o, eufimisticamente, poco abbondanti e saporiti.
Ma riescono a trovare un contratto discografico e approdare al primo album, nel 1988, intitolato come il “genere” che sarà il loro marchio di fabbrica e di tanti altri gruppi che si rifanno alle stesse matrici.
Ovvero un miscuglio di mille influenze che attingono da generi classici come rock, blues, country, altri, ai tempi, innovativi come il punk e ancora jazz, suoni latini, rockabilly, ska, reggae:
Patchanka.
“Patchanka è un suono selvaggio per cuori solitari e cani randagi. Il nome deriva da Pachanga, una danza cubana degli anni Cinquanta ma anche dall’inglese “patchwork”, letteralmente “manufatto che consiste nell’unione, tramite cucitura, di diverse parti di tessuto.”

E’ un manifesto di quello che sarà la carriera di Manu Chao.
Brani inferiori ai tre minuti, immediati, diretti, tanto quanto i testi, che parlano di periferie, vita di strada e reale.
Fu molto doloroso firmare per il colosso discografico Virgin e lasciare in qualche modo la “naiveté” del circuito indipendente ma necessario, nonostante in molti videro, come sempre, in questo gesto, un tradimento degli ideali. Manu Chao ricorda con molta chiarezza quegli anni:
“Eravamo combattenti che il più delle volte racimolavano un panino e un calcio nel culo dopo tre ore di concerto su un palco. Abbiamo semplicemente dovuto tirarcene fuori.”
“Patchanka” li impone all’attenzione di tutto il mondo.
Vanno in tour in America con Iggy Pop ma ne escono delusi e sconcertati dai rigidi meccanismi di un certo ambiente e decidono di preferire la parte più a sud del continente americano.

Il secondo album “Puta’s Fever” è un vero e proprio successo di classifica con singoli come King Kong Five che scala le classifiche e i loro concerti che diventano sempre più travolgenti (e non di rado proseguono sulla strada davanti ai locali o teatri, insieme ai fan improvvisando per ore).
Intraprendono un lungo tour in Sud America, nei barrios più poveri ma anche nei quartieri più disastrati e pericolosi di Parigi, incidono altri due album ma la frenesia di un’attività così veloce e urgente fa esplodere la band.

Nel 1994 i Mano Negra si sciolgono, dopo un rocambolesco giro in treno nei villaggi più dimenticati della Colombia, aprendo la carriera solista di Manu Chao, successiva a un lungo periodo di disperazione e perdizione per la fine di quello che era stata al 100% la sua vita, trascorso in giro per il mondo tra luoghi sperduti, pericolosi quartieri sudamericani, droghe, ricerca di sé stesso.
Il manager dei Mano Negra (probabilmente con le mani nei capelli) affermò che se la band si fosse promossa adeguatamente, invece di impegnarsi in imprese alla Don Chisciotte, come un viaggio in barca lungo l’America Latina (Ramon Chao, padre di Manu, documentò in un fantastico libro, “La Mano Negra in Colombia”, il viaggio del figlio nel paese, tra narcotraffico, guerriglia e un travolgente entusiasmo per la band) e non si fossero sciolti, nel momento più inopportuno, alla vigilia dell’uscita di “Casa Babylon”, il loro album più venduto, sarebbero potuti diventare grandi come gli U2 o i Coldplay.

Nell’aprile 1998 esce l’esordio solista, “Clandestino”.
Accolto tiepidamente diventerà nel giro di un anno il disco francese più venduto di sempre con oltre 5 milioni di copie e proietterà Manu allo status di rockstar planetaria.
La commistione di suoni latini, africani, tzigani, blues, pop, creò un marchio di fabbrica distintivo e immediatamente riconoscibile.
Sarà protagonista in prima persona al G8 di Genova, suonando e partecipando alle proteste, dovrà subire critiche da destra e da sinistra (tra chi lo considerava un “venduto”, a causa del successo ottenuto). Manu continua a suonare, a incidere nuovi dischi, a girare l’Africa e le Americhe, eternamente nomade, appoggiare cause a sfondo sociale, fare beneficenza, dovendo anche combattere contro chi lo sfrutta in tal senso per ottenere concerti gratuiti “camuffando” l’evento come destinato ad aiutare questa o quella causa.

Sono ormai quindici anni che non appare più nel mercato discografico e una decina che non rilascia interviste.
Vive sparso in varie parti del mondo, due mesi in Brasile, un mese a Parigi, un altro a Barcellona.
Periodicamente riappare dal vivo oppure a improvvisare un concerto in qualche bar sperduto, suona a Buenos Aires o tra le dune del deserto algerino per la causa del popolo tuareg Saharawi.
Inafferrabile, “perdido nel corazon della Grande Babylon”, sempre diverso, sempre Manu Chao.

“Non posso cambiare il mondo e neanche il mio paese ma posso cambiare il mio quartiere.
Ci provo.
E’ una responsabilità nelle mani di tutti. Non credo a una rivoluzione mondiale che cambi il mondo ma credo in mgliaia di rivoluzioni di quartiere. Questa è la mia speranza.”

Nell’agosto del 2003 fui parte dell’organizzazione del concerto piacentino di Manu Chao a cui ebbi anche l’onore di aprire il concerto con il Link Quartet.
Fu un’esperienza in cui finirono le consuete polemiche politiche, problemi di ogni tipo, alta tensione ma anche un grande successo di pubblico, pacifico e partecipe e l’incontro con una persona tranquilla e disponibile che diede vita a un concerto esplosivo, proseguito poi oltre l’orario di chiusura per organizzatori e alcuni fortunati rimasti nello stadio Daturi.

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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