Todd Haynes – Velvet Underground


E’ prassi ormai consolidata, una sorta di inevitabile necessità, indicare i Velvet Underground tra i gruppi più influenti e il loro primo album, uscito nel marzo 1967, come uno dei migliori dischi rock di sempre.

C’è ovviamente molto di vero, il gruppo di Lou Reed e John Cale, supportati dalla spinta visiva e artistica di Andy Warhol, creò uno stile unico, che mischiava gli scampoli del beat, con folk, sperimentazione, influenze di musica classica contemporanea, proto punk.
A cui si univano la spettrale voce di Nico, la chitarra di Sterling Morrison e la batteria primitiva di Maureen Tucker che in un momento in cui incominciava a emergere una generazione di musicisti sempre più raffinati e tecnici, percuoteva i suoi tamburi in maniera ossessiva, minimale, senza nessuna concessione alla tecnica.
Che peraltro, John Cale a parte, che veniva da studi classici, non era prerogativa nemmeno degli altri componenti della band.

In un’epoca in cui l’estetica si faceva sempre più colorata ed estrosa i Velvet si presentavano in nero e con giubbotti di pelle.
E mentre i testi delle canzoni in classifica svoltavano verso paradisi artificiali e sognanti, con afflati di pacifismo, anelanti amore ed escapismo dalla realtà, Lou Reed scriveva e cantava di eroina, sadomasochismo, prostituzione, devianze sessuali.

Il primo disco, ora assurto all’olimpo della storia del rock, famoso soprattutto per l’iconica banana in copertina disegnata da Warhol, passò praticamente inosservato.
Vendette poche copie, non più di 30.000 (per l’epoca briciole) ma come ipotizzò Brian Eno “ognuna di quelle 30.000 persone dopo averlo ascoltato formò una band”.

Velvet Underground sono votati alla distruzione ma soprattutto all’autodistruzione, sia artistica che fisica. E perdono pezzi, prima Warhol e Nico, poi John Cale.
Nel secondo album “White light/White Heat” ricorda Cale che “facevamo a gara a chi teneva il volume più alto, nessuno parlava più agli altri. Peggio dei bambini”.
v Infine lo stesso Lou Reed si stanca e lascia, dopo “Loaded” (che contiene due suoi capolavori, “Sweet Jane” e “Rock ‘n’ Roll”, che si porterà appresso nella carriera solista), il tutto in mano al solo Doug Yule, entrato a sostituire John Cale che porterà avanti, impropriamente, il nome del gruppo ancora per un po’.

Disintegrato il gruppo, Lou Reed troverà il successo grazie a una carriera solista tra le più fulgide dell’intera storia del rock, macinando momenti di eccellenza a provocazioni e sperimentazioni, qualche caduta di stile ma rimanendo sempre a livelli di assoluta eccellenza.
John Cale prosegue un’oscura strada solista pur distinguendosi come produttore (gli Stooges di Iggy Pop, Nico, i Modern Lovers, Brian Eno, Happy Mondays, Siouxsie, Patti Smith) e come compositore di colonne sonore.
Nico diventa un’icona dark, con dischi oscurissimi e ostici, persa negli abissi più bui dell’eroina, Sterling Morrison e Moe Tucker rientrano nell’ombra.

Il punk e la new wave tributeranno immediato omaggio ai Velvet Underground, riconoscendone l’importanza primaria come influenza sonora ma soprattutto attitudinale.
E il progressivo successo di Lou Reed li sublimerà come band seminale ed essenziale nella storia della musica rock.
John Cale e Lou Reed si ritroveranno in concerto a Parigi con Nico, nel 1972 e poi nel favoloso album tributo a Andy Warhol, morto da poco, nel 1990, “Songs fo Drella”, quindici canzoni composte insieme per ricordare il loro scopritore. Nel 1993 la formazione originale si riunì per un tour che, purtroppo, risultò parecchio deludente, come mi confermò amaramente la data milanese.

Come ogni gruppo di culto che si rispetti, dei Velvet Underground sono rimaste poche testimonianze video e anche quelle fotografiche non sono così frequenti. Non deve essere stato facile per il regista Todd Haynes riuscire a costruire un documentario di due ore dedicato alla band.

“The Velvet Underground” risente infatti della scarsità di materiale, affidandosi, come è spesso frequente nei contesti visivi, a una lunga serie di testimonianze di protagonisti più o meno diretti della vicenda.
Ma è proprio in questa limitata possibilità di scelta che riesce a destreggiarsi, centellinando filmati e foto rare o inedite, riuscendo a tenere in magico e sapiente equilibrio la visione di un lavoro destinato a diventare un classico.
La partenza è un po’ lenta ma necessaria ed efficace, con la contestualizzazione del periodo in cui la band nasce, il John Cale che arriva a New York dal remoto Galles, il Lou Reed che frequenta i locali gay della città, in una situazione in cui l’omosessualità è ancora vista come un male da estirpare anche con la forza e passibile di arresto.
Spettacolari poi le immagini in bianco e nero alla Factory di Warhol, il laboratorio in cui l’artista creava e raccoglieva idee, persone, immagini e dove “la gente andava perché c’erano sempre le telecamere accese e questo faceva pensare loro che avrebbero potuto diventare delle star del cinema”.

La band é seduta in circolo con altri ragazzi e ragazze, a farsi leggere i tarocchi.
Sguardi febbrili, un’estetica che andava già oltre il concetto del beat o della psichedelia, non si curava delle mode e delle tendenze.
L’arrivo di Nico, voluta nel gruppo da Warhol che, come spiega Cale, immaginava questo “iceberg biondo in mezzo a una band invece tutta vestita di nero” non fu bene accetto dal resto dei componenti che lo subirono come un’imposizione.
Ma nella testa del loro mentore il gruppo era una sua opera d’arte e ci voleva una ragazza bella, attraente, misteriosa (e pure relativamente nota, avendo fatto una piccola parte nella Dolce Vita” di Fellini ed essendo stata una modella discretamente famosa).
Fu lo stesso Cale a doversi occupare su come impiegarla vocalmente (nonostante avesse già inciso un 45 giri in Inghilterra prodotto dal giro Rolling Stones e suonato dal futuro Led Zeppelin, Jimmy Page) e a confezionarle un ruolo all’interno della band.

I Velvet Underground erano una specie di “quadro” di Warhol che lui portava nei musei o in situazioni artistiche.

La gente, i collezionisti, i radical chic, gli intenditori d’arte andavano per Warhol, la band si esibiva come compendio alla sua presenza ma come ricorda Moe Tucker, non erano interessati alla loro musica:
“Scherzavamo spesso su questo. Quanta gente se ne è andata stasera quando suonavamo? La metà? Ah allora è andata bene”.
“Sono stanco di dipingere e ho pensato ai Velvet Underground come a una combinazione di musica, arte e cinema, tutto insieme”
 (Andy Warhol).
Nel documentario si sentono le voci di Lou Reed, Sterling Morrison mentre John Cale e Maureen Tucker appaiono in immagini recenti, commentando con tranquillità e profondità le vicende.
Ci sono anche David Bowie, vari esponenti della Factory, artisti, registi e un emozionato Jonathan Richman (leader dei Modern Lovers) che li vide in concerto una quarantina di volte e descrive alla perfezione cosa significava assistere a un loro concerto.

“Andy è stato fantastico e non sarebbe accaduto niente senza di lui.
Non credo avremmo mai ottenuto un contratto senza la sua copertina o se Nico non fosse stata così bella. Abbiamo potuto fare quell’album così come ci piaceva solo perché Andy ci ha dato la massima libertà e nessuno avrebbe mai osato contraddirlo”
(Lou Reed).

Il documentario ci mostra anche le convulse fasi finali, il tentativo di uscire dal giro New Yorkese ma invano.
“Nella West Coast erano hippies e non odiavamo gli hippies e il loro “pace e amore”, quella merda “pace e amore” la odiavamo.
Sii realistico.
Aiuta qualche homeless, fai qualcosa, invece di andartene in giro con i fiori nei capelli” 
(Moe Tucker).

Nel frattempo Lou Reed licenzia prima Warhol e poi John Cale, Nico preferisce una strada tutta sua, la band perde verve e viene superata dalle nuove tendenze musicali, fino al definitivo epilogo.
Il film è un lavoro interessante, esaustivo, necessario, che scrive l’epitaffio definitivo su una band determinante e assolutamente unica e inimitabile.

Lou Reed ci lascia un’indicazione essenziale per ogni musicista:
“Noi concepivamo le canzoni come uno spazio aperto in cui non mettere cose in più ma toglierle che è l’esatto opposto di come lavorano gli altri. Non abbiamo mai aggiunto strumenti o chiamato session men a suonare. Non abbiamo mai inciso niente che non fosse possibile riprodurre dal vivo”.

Disponibile su Apple TV+

Il trailer:
https://www.youtube.com/watch?v=hWq7a8Tin8g

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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