27 gennaio – La giornata della memoria – La musica nei campi di concentramento

Nel momento in cui un sondaggio precisa che il 12% degli italiani crede che la Shoah sia un falso, la Giornata della Memoria assume, di anno in anno, sempre maggiore significato e importanza. E’ secondario in che modo ma è necessario ricordare, testimoniare, opporsi con ogni mezzo alla barbarie sociale, etica e morale che sta avvelenando Italia ed Europa, anche a causa di leader politici irresponsabili, capaci di ogni becero e immorale mezzo per raccattare una manciata di sudici voti.

Può sembrare un triste e osceno paradosso ma nei lager nazisti c’era tanta musica e dei più svariati generi: classica e da ballo, jazz, inni, opere liriche, canzoni, motivi da cabaret, musica sacra che abbracciava diverse fedi, dall’ebraica alla cattolica. Un ultimo, disperato, aggancio a un tentativo di normalità e di speranza, di ricerca della bellezza e della gioia, in un inferno di sofferenza. Ma anche un refluo di Resistenza agli aguzzini e ai loro tormenti.

Nei lager finirono molti musicisti e artisti (pare intorno ai 1.600), rappresentanti della cosiddetta “arte degenerata”, come venivano bollate dai nazisti e fascisti, certe espressioni sonore, letterarie e visuali.

Persone che già avevano combattuto la loro battaglia artistica, opponendosi attraverso le loro opere all’orrore, prima di essere deportati. Con concerti clandestini o in case private, in cui si continuavano a suonare le musiche proibite e osteggiate.
E che continuò, con ogni mezzo necessario, anche nei lager. Dove a fianco delle musiche imposte dagli oppressori, si suonavano anche, con mille cautele, melodie “resistenti”.

Terezin fu il campo in cui venne concentrata la maggioranza di artisti e intellettuali.
Che crearono una realtà parallela fatta di esibizioni, dipinti, scritti, spesso a beneficio dei numerosi bambini che vivevano lì e a cui si concedeva così un momento di svago e gioia. La creatività per fare argine all’abbruttimento e alla disperazione. Molte canzoni e altre opere artistiche vennero concepite nei campi.
E tanti autori si premurarono di nascondere spartiti, dipinti e scritti, nel timore che la loro testimonianza andasse perduta o distrutta.
Il campo di Terezin venne anche utilizzato come strumento di propaganda del regime per dimostrare all’esterno che non si trattava di luoghi di feroce detenzione ma dove si svolgevano attività ricreative e culturali.

Lodevole il lavoro di molti musicisti che nel corso degli anni si sono premurati di raccogliere e collezionare questo materiale, conservando un patrimonio indispensabile per non dimenticare. Ad esempio il pianista, compositore e direttore d’orchestra, Francesco Lotoro che ha messo in atto il progetto di raccogliere l’intera letteratura musicale prodotta da musicisti imprigionati durante gli eventi più drammatici del Novecento, mettendo insieme oltre 4.000 spartiti appartenuti a musicisti di tantissime nazionalità, riuniti nell’Enciclopedia della musica concentrazionaria. Nello specifico, “La musica dell’Olocausto Musik” è un’opera monumentale di 24 CD.

“Se questa musica non viene fatta conoscere al mondo, è come se non fosse mai uscita dal lager. E suonarla anche solo una volta significa riscattarla e ottenere quella giustizia che non è stata concessa al suo compositore”.

Shmerke Kaczerginski subì le persecuzioni naziste a Vilnus, in Lituania, ma sfuggì all’internamento.
Quando il paese baltico passò sotto l’influenza sovietica, il numeroso materiale di cultura ebraica (tra cui almeno 250 canzoni in Yiddish) che aveva accuratamente preservato, subì la censura e la requisizione da parte del regime di Mosca.
Kaczerginski riuscì a farlo espatriare negli Stati Uniti e a farlo pubblicare in un libro. Tra le sue dichiarazioni:
“È impossibile parlare dell’occupazione tedesca in un linguaggio civile. Nessuno scritto o documento può ritrarne l’orrore. Quelli che non c’erano non possono capire l’incubo che milioni di persone hanno vissuto.
Ora, quando guardo indietro, penso spesso: ‘Che cosa ci è successo? Come abbiamo potuto vivere e morire così?’. Anche per i sopravvissuti col tempo questo diventerà un insopportabile e irrisolvibile rompicapo. Troppi pochi documenti sono stati svelati per dare anche solo un’idea parziale di quanto accaduto e della terribile vita quotidiana degli Ebrei.
Per questo penso che le canzoni, che gli Ebrei dei ghetti e dei campi cantavano coi loro cuori tristi, possano fare la differenza per la memoria e la storia.
Canzoni che cantavano al lavoro, quando stavano in fila per una scodella di zuppa, quando combattevano e quando erano portati al macello. Solo ora sappiamo quanto grande fosse la loro creatività in questi tempi terribili”.

A Terezin finì anche Carlo Taube, compositore e grande performer dal vivo, con moglie e figli. Continuò a scrivere musica e a esibirsi nel campo dove presentò la sua “Terezìn Symphony, finché non fu deportato ad Auschwitz con la famiglia, dove morirono tutti.

Nel 1940 il compositore francese Olivier Messiaen venne imprigionato in un campo di concentramento nella Polonia occupata, dove rimase un anno. Grazie all’aiuto di un ufficiale nazista appassionato di musica riuscì a lavorare su una composizione inedita per un concerto nel campo. “Quatuor pour la fin du temps” fu il risultato, suonato per gli altri prigionieri e i guardiani, con strumenti di fortuna. E, che non a caso, si ispirava al libro dell’ “Apocalisse” di Giovanni, a palesare con la composizione il concetto di “inesprimibile” (ovvero l’orrore che si trovava a vivere).

La storia di Esther Béjarano è molto particolare.
Fu internata, ancora adolescente, ad Auschwitz, genitori e sorella subito uccisi. Entrò a far parte dell’orchestra femminile del campo, l’unica esistita nei lager nazisti, che aveva il compito di suonare per le detenute al lavoro o per le SS ed essere da macabra accoglienza ai nuovi deportati.
Si salvò e dopo la Liberazione si trasferì in Palestina per tornare in Germania solo nel 1960 dove fondò con altri ex perseguitati l’Auschwitz Komitee Deutschland, con un repertorio che spazia da brani di denuncia sociale ai canti yiddish tradizionali e della Resistenza.

Il compositore Victor Ullmann morì invece ad Auschwitz nel 1944, dopo essere stato particolarmente attivo a Terezin, dove continuò a comporre intensivamente con la convinzione che la vita sarebbe andata avanti, dopotutto. Tra le opere che scrisse, “L’imperatore di Atlantide” non fu messa in scena a cause delle evidenti e volute assonanze tra l’imperatore e Adolf Hitler. Riuscì a nascondere e affidare ad un amico le sue creazioni che saranno poi eseguite alla fine della guerra.

Ilse Weber pubblicò tre libri di poesie e storie e un libro di fiabe ebraiche prima di essere deportata a Terezìn dove diventò infermiera e si prese cura dei deboli e malati. Durante la notte trovava il tempo per scrivere poesie e pensieri a testimonianza dell’incubo quotidiano.
Cantava per i bambini e gli ammalati le sue canzoni a volte solo con la sua voce o accompagnandosi con una chitarra. Nel 1944 con i suoi figli e i bambini malati del campo fu uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. I sopravvissuti ricordarono le sue canzoni e le trascrissero fin a quando nel 1991, il marito, che si salvò, non le pubblicò in un libro.

Le poesie di Selma Meerbaum Eisinger, morta giovanissima in una camera a gas, furono rocambolescamente conservate dall’amica Renee Abramovic, una delle poche persone che riuscirono a fuggire da un campo di concentramento e che, a piedi, attraverso mezza Europa, raggiunse Israele, dove fece pubblicare un libro con le opere della compagna uccisa.
Grazie alla perseveranza e al sacrificio di chi ha ostinatamente voluto preservare le testimonianze di quegli anni e di chi le ha recuperate e conservate, un buon numero di opere ha continuato a vivere, reinterpretate anche da nomi altisonanti della musica contemporanea..

Note dolenti, ricordi pregni di sofferenza, orrore, disperazione.
Ma occorre ascoltare, ricordare, portare avanti la loro lotta contro il disfacimento morale, contro il lassismo nei confronti di ideologie e pensieri, troppo a lungo tollerati, traghettati, perfino accarezzati.
Sempre in cambio di quella famosa manciata di sudici voti.

Dal blog: http://tonyface.blogspot.com/

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi e suonando in tutta Italia, Europa e USA e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao etc. Ha scritto una decina di libri tra cui "Uscito vivo dagli anni 80", "Mod Generations", "Paul Weller, L’uomo cangiante", "Rock n Goal", "Rock n Spor"t, Gil Scott-Heron Il Bob Dylan Nero" e "Ray Charles- Il genio senza tempo". Collabora con i mensili “Classic Rock”, "Vinile" e i quotidiani “Il Manifesto” e “Libertà”. E' tra i giurati del Premio Tenco e del Rockol Awards. Da sedici anni aggiorna quotidianamente il suo blog www.tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport e con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano. Collabora con Radiocoop dal 2003.

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