Bowie… e ancora Bowie. (1/2)

Artista a 360 gradi, tra i principali protagonisti della musica contemporanea, David Bowie ne ha esplorato ogni meandro sperimentando, rivoluzionando, mettendosi in costante discussione.
Uno dei pochi che lo ha potuto fare mantenendo una totale credibilità. Ha consegnato alla storia almeno tre/quattro capolavori e un’altra serie di interessantissimi album di altissimo livello. 
Fino al lento declino e alla dignitosa forza di ritirarsi e non pubblicare più nulla… per quasi 10 anni.

Qui, su Radiocoop.it, parliamo del suo ultimo lavoro – di cui abbiamo qualche pezzo in palinsesto. 

Tra il 1963 e il 1967 David Bowie è stato piuttosto attivo, anche in ambito discografico, con una serie di bands vicine alla scena mod (di cui era parte): KingBees, Manish Boys, Lowerd Third, The Buzz, Riot Squad oltre a Kon Rads, Hooker Brothers tutte più o meno protagoniste di un buono ma anonimo rythm and blues bianco e beat.

Do il mio voto a fianco dei titoli. Sarei curioso di sapere cosa ne pensate.

David Bowie (1967) …5
Un esordio acerbo e traballante tra occhiate vaudeville psichedeliche (“Uncle Arthur”), qualche brano pop, ballate bizzarre con fiati e archi (“Rubber band”), molti episodi trascurabili.

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Space Oddity (1969)  …6
La famosa “Space oddity” indirizza meglio l’ispirazione e l’immagine di Bowie più “onirica” e “spaziale”, con ottimi inserti psych (l’ottima ballad “Janine”) in chiave decisamente beatlesiana (l’epico finale di “Memory of a free festival”) e virate folk rock. 
L’album era intitolato come il primo “David Bowie” ma fu ristampato con questo titolo nel 72.

 

Man who sold the world (1971)  …8
Il primo album importante di Bowie e tra i migliori della carriera.
Apre all’immagine “ambigua” e ad un hard rock pre glam (volutamente ispirato dall’amore di David per i Cream) anche se non mancano ballate acustico di sapore decadente ed episodi di sapore teatrale (“Running Gun Blues”) e dagli accenni lirici (“Saviour Machine”) che si sovrappongono a ritmiche e riff duri e diretti.
Un album di rara personalità ed unico nel suo genere in quegli anni.

Hunky Dory (1971)  …7
Un nuovo gioiello in cui la personalità di Bowie esplode in tutta la sua caleidoscopica varietà. 
Abbandonato l’hard rock (anche se rimane evidente nel “minor hit” “Queen bitch” dai tratti proto punk) è il pianoforte a dominare omaggi espliciti a Andy Warhol, Bob Dylan ma anche a sbarazzini e agrodolci brani vaudeville come “Kooks” o “Fill your heart”. Ottimo anche se non pienamente definito.

 

Ziggy Stardust (1972)  …10
Il capolavoro assoluto.
Un concept senza passi falsi, perfetto nell’equilibrare una vena compositiva al suo apice, suoni duri e hard con liricità, epica, poetica, passaggi quasi sinfonici, ironici, drammatici, energici. 
Capolavoro, tra i migliori album in assoluto della storia del rock e di enorme influenza su generazioni di artisti.


Alladin Sane (1973)  …7
Spesso considerato una prosecuzione di “Ziggy Stardust” appare in realtà come un’opera ben distinta. Bowie la definì come “un Ziggy in America” (a cui spesso si riferisce nei testi e anche nei riferimenti musicali).
“Alladin Sane” è più rilassato e meno drammatico dei predecessori, non risparmia omaggi al glam (“Jean Genie” , “Panic in Detroit”, “Watch that man”, “Cracked actor”) seppur filtrato da mille influenze ma si avvale anche di stupende ballate (la title track su tutte).Ottimo.

Pin Ups (1973)  …6
Divertente, non sempre ispirato ma ce ne vorrebbero di album di cover del genere.
David omaggia il suo recente passato beat coverizzando Who, Pretty Things, Kinks, Pink Floyd e tanti altri minori. Carino.

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Diamond Dogs (1974)  …7
Pretenzioso concept (ispirato a 1984 di Orwell), famoso anche per la controversa copertina con Bowie raffigurato metà uomo e metà cane, mantiene alte le quotazioni e la creatività ma pur essendo considerato tra i suoi lavori più significativi non convince a pieno, in bilico tra il classico glam d’epoca (la title track, la famosissima “Rebel rebel”) e riferimenti al recente passato di Ziggy (la teatrale “Sweet thing”) anche se introduce il sorprendente omaggio al funk soul di “1984”.

David Live (1974)  …8
Stupendo doppio live che raccoglie una ventina di brani dei lavori più recenti splendidamente riarrangiati in chiave più soul e black (ascoltare ad esempio “Rebel rebel” o la sorprendente pur se accademica cover del classico soul “Knock on wood” di Eddie Floyd e di “Here today gone tomorrow” degli Ohio Players). C’è anche la bellissima “All the young dudes” donata ai Mott the Hoople. Il miglior live di Bowie.

Una “perla”… ai confini del trash. Lo spot commerciale del disco. 

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Young Americans (1975)  …6
Abbracciati i nuovi suoni easy funk americani Bowie ci si butta a capofitto, sterzando bruscamente rotta (pur se già esplicitamente indicata nel live dell’anno precedente).
Compone con Lennon il funk “Fame” e ne rifà l’ “Across the universe” beatlesiana in una versione enfatica e poco convincente (in entrambi suona e canta John) e riempie di soul, blackness e soul tutto il resto.
Plastic soul lo definirà lui stesso. Esatto.

Station to Station (1976)  …6.5
Si ritrova immerso in un periodo di grave assuefazione alla cocaina, pervaso da fantasmi (dalla magia al nazismo) di ogni tipo e, si mormora, tra la vita e la morte sia psichica che fisica.
In questo contesto partorisce un album controverso e discusso in cui abbandona le suggestioni black americane, torna in Europa e si innamora del sound elettronico e “cosmico” tedesco (Kraftwerk, Tangerine Dream, Neu, Can) che incomincia, solo a tratti, a trasparire. “Station to station” è il prologo della famosa trilogia berlinese.
I retaggi del recente passato glam (“Station to station”) e di quello funk (la hit “Golden years” o l’incedere ritmico di “Stay”) sono però ancora evidenti anche se si mischiano ai nuovi gusti.
Un lavoro transitorio, non definito, da alcuni amatissimo da altri molto criticato.

Low (1977)  …7
Esce nel gennaio del 1977 e segna l’inizio di quella che è stata definita la “Trilogia Berlinese” (e che comprende anche la produzione e composizione dei due album della “rinascita “ di Iggy Pop “The idiot” e “Lust for life”. Registato in realtà in Francia e solo mixato a Berlino Ovest , segna l’inizio della collaborazione di Brian Eno, la cui impronta è determinante in tutta la “Trilogia”.
L’album è algido, duro, assume toni apocalittici (“Warszawa”, gli strumentali “Art Decade” e “Subterraneans”), fortemente sperimentali (“Weeping Wall”), quasi caotici (“What in the world”), riesce a trovare il successo commerciale con la più accessibile “Sound and vision” e momenti meno claustrofobici (l’intro strumentale di “Speed of life” , “Be my wife”, “A new career“, l’ispirata “Always crashing in the same car”).
Accolto con diffidenza e non molto favorevolmente dalla critica, troverà il successo del pubblico e dei fans.

…continua.

(Articolo originale su www.tonyface.blogspot.it)

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Musicista (Chelsea Hotel, Not Moving, Lilith, Link Quartet, Lilith and the Sinnersaints, Tony Face Big Roll Band), produttore musicale (Statuto, Vallanzaska, Assist...) e scrittore (Uscito vivo dagli anni '80, Mod Generations, Le storie dal rock piacentino, The bluesologist, The original rude boy, Rock and goal, Paul Weller L'uomo cangiante). Collabora con Radiocoop dal 2003.

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