OFFICINE BUKOWSKI – Sabbie Mobili

IL VIDEO

Quando la musica finisce, le luci si spengono e ci si lascia le mani? Quando i marmi di una splendida sala da ballo si trasformano nelle profondità della terra, dove il silenzio tra di noi rimbomba tra colonne di gocce d’acqua e calcare divenute stalattiti? A un certo punto ci si toglie la maschera, che nascondeva il sentire perfino a noi stessi. Quando è quel punto in cui si guarda in faccia alla realtà di un amore finito? Forse nello scrivere una canzone le idee assumono la forma di un abbraccio che non scalda più esaurito anche l’ultimo filo di voce. La luce può colpire in volto e accecare, come la verità del sentire, oppure può allungare ombre alle spalle e lasciare nelle profondità del buio il senso ultimo di uno stare insieme.

Sabbie mobili è il primo singolo estratto da Il primo giorno d’inverno, debut album delle Officine Bukowski, uscito per Alka Records Label il 16 novembre. Il video di Alessandro Romele e Lara Angoli, (Framelab) è un pezzo che mette in musica i sentimenti di un addio, la fine di un matrimonio, in cui il tessuto sonoro è ruvido e carico di ritmiche up-tempo forsennate, pur lasciando spazio a sonorità più morbide.

Le Officine Bukowski aprono squarci su una chiusura e lasciano alla musica tutte le domande rimaste senza risposta, la sofferenza all’intensità delle chitarre, la paura alle linee di basso che tracciano la via a ritroso, la frustrazione alla sezione ritmica che segna secondo dopo secondo tutte le volte che ci abbiamo creduto. Sabbie mobili è, come l’intero disco: un viaggio di andata e ritorno attraverso l’amore, rabbia e ancora amore, tanta quanta è la dose di verità che si può sopportare, un mare agitato colto nell’attimo in cui cessa la tempesta, tra atmosfere alternative 90s, electro-rock alla Placebo e cammei di indie rock italiano.

«Il primo giorno d’inverno porta con sé un messaggio fondamentalmente positivo – spiega la band – una fune che giunge sul fondo di un pozzo buio per offrire una via d’uscita a chi è rimasto intrappolato, ma senza proporre false speranze o semplici soluzioni: la fatica sarà risalirla, quella fune».

Il chiaro riferimento del titolo al solstizio d’inverno, è un rimando simbolico a quel momento dell’anno in cui il sole ha raggiunto il punto più basso della propria ellittica ed è pronto ad iniziare il proprio cammino di ripresa, guadagnando ore di luce dalle tenebre. Perché dalle profondità si emerge e quando la musica si ferma ci si ritrova in piedi, finalmente. E tutto quello che si è passato resta incastonato tra le note di una canzone.

IL DISCO
Sembra la fine ed è un inizio. Sembra che tutto si accartocci su di sé in grumo di rabbia invece si prepara al riparo del freddo. Sembra l’inizio del gelo e lo è. Allo stesso tempo è la notte più lunga che già ha in sé lo scivolare verso la luce attraverso i mesi più cupi. Il primo giorno d’inverno, il solstizio, il giro di boa, dove rabbia e sofferenza vengono nominate e diventano forza creativa, che si fa urlo, che strappa al grunge dei versi e all’hard rock le atmosfere 90s, che nell’ossessione energica del metal trova struttura; un attimo e quasi si va a fondo, tra allucinazioni e deja-vu che riportano alle atmosfere della Bristol del trip hop, ma poi si risale spinti dalle correnti blues, verso l’electro-rock dei Placebo e le liriche italianissime alla Litfiba.

Il primo giorno di inverno è un viaggio di andata e ritorno dentro amore, rabbia e ancora amore, dieci canzoni istintive e sincere, tanta quanta è la dose di verità che si può sopportare, prima di ritrovarsi sul palco a farne canzone. Sembra la fine invece è un inizio, anzi, un esordio. Quello delle Officine Bukowski, dove le parole e la voce sono di Debora Chiera, le sei corde di Paolo De Feudis (chitarre) e le quattro di Carlo M. Fabbrini (basso). La sezione ritmica è Walter Viola, fondatore del gruppo e già batterista de Il vuoto elettrico, una delle realtà dell’indie lombardo dove il post-rock esonda nel noise.

«Officine è il rigore e la disciplina di una bottega d’artigiano – spiega la band – fucina di creazione dove la fredda sostanza del materiale viene plasmata dalla forza e dall’ingegno dell’essere umano che forgia da sé il proprio futuro. E poi c’è Bukowski, vecchio fabbro sporcaccione che nelle sue pagine ci trascina tra l’incudine e il martello: un genio, un artista della parola che ha ordito trame fittissime in grado di legare sacro e profano, un campione della vita vissuta che ha sperimentato fama e fame. Ciascuno di noi è, nel suo intimo, un Charles Bukowski che talvolta volge lo sguardo al bello sconfinato del mondo, per goderne centellinando ogni istante d’immenso, mentre altre volte si perde nelle proprie oscure perversioni che, salvo false ipocrisie, sono di ognuno il sale della vita».

Il primo giorno di inverno è prodotto da We are Next3 già al lavoro con X-Factor, Casino Royale, Delta V, Ustmamo e Dolce Nera: Roberto Vernetti alla supervisione artistica Michele Clivati produzione e mixing, Matteo Lo Valvo al mastering. Un album che alle diverse influenze dei suoi componenti affianca collaborazioni di grande spessore, a partire proprio da Vernetti, volto noto al grande pubblico per la partecipazione a X-Factor nel 2009 come vocal coach di Claudia Mori e nel 2015 come producer per Skin (voce degli Skunk Anansie), a cui si aggiungono due special guest: Gian Maria Accusani, voce e chitarra di Sick Tamburo e Prozac+ e Paolo Saporiti voce dei Todo Modo.

Una cerchia di persone raccolte attorno a un progetto che a tratti pare suonare come le 4:48 del mattino, quando il giorno sembra non arrivare mai, un minuto dopo l’alba arriva e ancora prima di vederla la si ascolta, registrata in presa diretta nella Taverna Studio dei fratelli Marco ed Ettore Giuradei, nomi noti nel panorama indie (Giuradei, DUNK). Un’altra voce dell’indie lombardo come Paolo Topa lascia per un attimo il microfono de Il vuoto elettrico e ispira Debora Chiera nella scrittura delle title track, vero e proprio inno alla resilienza: a testa alta puoi resistere allʼurto / ciò che ti uccide ti libera / dal tuo sorriso un mondo migliore sarà.
«Un album che ha radici solide nel disincanto e nel cinismo tipici di una certa maturità di vita – spiegano i quattro Bukowski – ma che non nasconde la voglia di sognare e di continuare a cercare la felicità, i cui toni tenui fanno da sfondo al quadro duro e oscuro, dipinto dalla voce. Il primo giorno d’inverno porta con sé un messaggio fondamentalmente positivo, una fune che giunge sul fondo di un pozzo buio per offrire una via d’uscita a chi è rimasto intrappolato, ma senza proporre false speranze o semplici soluzioni: la fatica sarà risalirla, quella fune».

C’è chi ci riesce ad uscire dalle Sabbie Mobilisai, ho deciso di lottare per non soffrire più, canta Debora. Chi si è fottuto come Renée, un uomo che è “come un leone in gabbia / senza via d’uscita”. Chi sceglie di perdersi e ritrovarsi come Zingara, che chiude il disco, mentre all’inizio dell’album un’intro di pensieri sconnessi nel dormiveglia lascia spazio a lei: una canzone in cui la voce delle Officine Bukowski incontra Paolo Saporiti, che aggiunge una profondità roca a Chi era Viola, dove il testo ritrova nel buio l’amore più puro, quello di una figlia verso la madre, faro nel mare in burrasca di una vita.
Un faro che a volte, può essere anche una canzone.

Officine Bukowski
Debora Chiera – voce
Walter Viola – batteria e percussioni
Paolo De Feudis – chitarre
Carlo M. Fabbrini – basso

Antonio Bacciocchi

Antonio Bacciocchi

Musicista (Chelsea Hotel, Not Moving, Lilith, Link Quartet, Lilith and the Sinnersaints, Tony Face Big Roll Band), produttore musicale (Statuto, Vallanzaska, Assist...) e scrittore (Uscito vivo dagli anni '80, Mod Generations, Le storie dal rock piacentino, The bluesologist, The original rude boy, Rock and goal, Paul Weller L'uomo cangiante). Collabora con Radiocoop dal 2003.

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